La Teoria Polivagale per i Riflessologi (seconda parte)

Una nuova visione dello stress

 

Nella prima parte di questo articolo ho descritto il Nervo Vago e i nervi branchiali, un insieme di nervi cranici che comprende la branca mandibolare del Trigemino, il Nervo Faciale, il Glossofaringeo, il Vago Nuovo e l’Accessorio Spinale, a cui il prof. Porges ha dato il nome di Sistema Nervoso Sociale, da ora in poi SNS
Il SNS è un’ulteriore divisione del Sistema Nervoso Autonomo (SNA), tradizionalmente composto di due branche, una parasimpatica e una simpatica, a cui Porges aggiunge una terza, presente soprattutto negli umani, anch’essa parasimpatica, ma con una diversa gerarchia di intervento e con funzioni diverse da quella riconducibile al Vago Antico, non mielinato, sottodiaframmatico.
Per capire la novità, è utile ripercorrere rapidamente la visione tradizionale dello stress e di come gli organismi viventi, inclusi gli umani, fronteggiano le sfide ambientali alla loro sopravvivenza.

 

La risposta di stress nella visione tradizionale

Lion (Panthera leo), female hunting Thomson’s gazelle (Eudorcas thomsonii). Found in sub-Saharan Africa

Fino agli anni Novanta del Novecento, la comprensione del Sistema Nervoso Autonomo comprendeva le due divisioni tradizionalmente antagoniste: il Parasimpatico (o Vago, dal suo nervo principale) e il Simpatico, a cui erano stati appioppati rispettivamente i nickname Fight or Flight (Lotta o fuggi) e Rest and Digest (Riposa e digerisci), per aiutarci a memorizzarne meglio le funzioni.
Questo è quello che abbiamo studiato, giusto? Che quando siamo in modalità parasimpatica, siamo rilassati, battito cardiaco e respiro sono lenti e profondi, l’apparato digerente è in funzione, assimiliamo e metabolizziamo il cibo, le cellule si riproducono, i processi di riparazione del corpo sono attivi e via dicendo. E che quando ci sentiamo in pericolo, tutta la nostra fisiologia cambia: è la risposta allo stress. Nei libri abbiamo letto esempi del tipo la gazzella (zebra, antilope ecc.) che pascola nella savana, che non ha ancora fiutato l’avvicinarsi del leone e quindi se ne sta beata e tranquilla, in parasimpaticotonia. Ad un tratto però, il leone che sta cacciando e ha fiutato la gazzella (lui poveretto, è un predatore, che deve fare? E poi tiene anche famiglia…) si avvicina…

 

Lotta o fuggi?

Avvisata da qualcosa che raggiunge i suoi sensi, un rumore di cespugli smossi, un odore ferino, la gazzella interrompe il suo pasto ed entra nella fase di allerta, attivando il riflesso di orientamento (ricordate, quello che è affidato al Nervo Accessorio Spinale, nel collo?), per esplorare l’ambiente e vedere se c’è davvero una minaccia e da dove arriva. Se i suoi sensi confermano il pericolo, in pochi istanti passerà alla modalità simpatica per mettersi in salvo (la gazzella è un erbivoro e come tale non può lottare con il leone, quindi ha solo l’opzione della fuga). Nella sua fisiologia si attiverà una cascata di include il rilascio delle catecolammine (adrenalina e noradrenalina) con effetto di vasocostrizione immediata, il sangue dagli organi interni schizza letteralmente agli organi di senso e ai muscoli scheletrici, il cuore va in tachicardia, le surrenali iniziano a rilasciare cortisolo, e via dicendo.
Tutto questo è tuttora descritto nei testi e nei siti internet, spesso corredato dalle illustrazioni delle due branche del Sistema Nervoso Autonomo, con le relative innervazioni degli organi e con la descrizione degli effetti opposti che ne derivano (vasodilatazione vs vasocostrizione, rallentamento del battito vs accelerazione del battito ecc.), come quella che vedete qui riprodotta.

 

Fingersi morti…il freezing

Un po’ meno noto, ma tuttavia presente in alcuni testi, è il quadro successivo a questo. Se la gazzella riesce a fuggire dal predatore, buon per lei: facciamo tutti il tifo per i deboli, no? Il leone scornato se ne tornerà alla sua tana a pancia vuota e la gazzella, ormai a distanza di sicurezza, si troverà un altro pascolo per ricominciare a brucare l’erba. Ma cosa succede se invece il leone la raggiunge? La gazzella sentendosi sconfitta passerà in un istante dalla modalità lotta o fuggi ad una modalità di estrema parasimpaticotonia, ossia collassa in una vera e propria sincope vagale, con crollo della pressione, bradicardia, ipotonia, si immobilizza, in una parola sembra morta. Questa è una sottile astuzia della vita perché il fingersi morta potrebbe ancora salvarla dalla morte. I predatori, dalla notte dei tempi, hanno imparato che è rischioso cibarsi di animali morti, di carogne, e quindi il leone potrebbe perdere interesse e andarsene. E se invece la sbrana comunque, l’aver perso i sensi le risparmierà il dolore di sentirsi fare a pezzi. L’ultimo atto di questa vicenda, successivo al fallimento della strategia di lotta o fuga, è lo shock, il congelamento, il freezing.

 

Dai lombrichi, alle gazzelle, a … noi: le strategie per affrontare il pericolo

Rivediamo ora le diverse strategie che gli esseri viventi, inclusi gli umani hanno a disposizione in condizioni di pericolo e/o di minaccia di morte.
Il freezing, l’immobilizzazione, la sincope, lo svenimento, è la risposta più primitiva di fronte alla minaccia di sopravvivenza. Noi umani quando siamo in condizioni di grave pericolo, stress estremo, trauma, condividiamo questa risposta con gli animali filogeneticamente inferiori, come gli invertebrati (ad es. i lombrichi) o i rettili (es. lucertole), ma anche con i mammiferi (vedi il topo paralizzato davanti al gatto). L’immobilizzazione è opera del Vago Antico, la più antica delle strutture nervose. E’ adeguata per gli invertebrati e per i rettili, che sono animali a sangue freddo, dal metabolismo estremamente lento. E’ invece una strategia molto pericolosa per i mammiferi, soprattutto per gli umani, che possono letteralmente “morire di paura”.
L’attivazione del simpatico è il successivo livello di risposta a condizioni di pericolo. Nella scala filogenetica si sviluppa con la comparsa dei mammiferi, dotati di un organismo più sofisticato dei rettili, con un sistema nervoso già mielinizzato, in grado di attivare la strategia del “lotta o fuggi” con tutta quella cascata fisiologica che ho descritto sopra. Senza scomodare leoni e gazzelle, basta guardare le reazioni del gatto o del cane di casa di fronte ad un gatto o cane estraneo e magari aggressivo.
Per noi umani l’attivazione del simpatico, la risposta “lotta o fuggi”, è una strategia che funziona nel breve periodo, ovvero in caso di stress acuto, come ad esempio se sto guidando sull’autostrada a 130 Km/h in corsia di sorpasso e un TIR mi esce all’improvviso davanti, oppure se sono minacciato da un delinquente che vuole rapinarmi o stuprarmi… Se invece gli eventi stressanti si ripetono nel tempo, diventano quotidiani, se parliamo di stress cronico, il perdurare dell’attivazione simpatica per noi umani è molto dannoso ed apre la via ad una sequela di potenziali effetti collaterali che vanno dall’ipertensione, al calo della libido e all’infertilità, dalle difficoltà digestive alla gastrite e all’ulcera, dall’insonnia all’ansia e agli attacchi di panico, dal crollo delle difese immunitarie al suo contrario, cioè alla slatentizzazione di malattie autoimmuni, probabilmente già presenti come informazione genetica, ma favorite dalle condizioni di stress cronico. Insomma, sapete tutti di che cosa sto parlando…che ve lo dico a fare?

 

Un’altra possibilità?

Per questo motivo l’intelligenza della Salute, nel corso dei milioni di anni dell’evoluzione della vita su questo pianeta, ha messo a punto un sistema più sofisticato, grazie al quale noi umani possiamo interagire con l’ambiente e con le sfide che esso ci presenta, in una maniera più economica e più efficace. Questo sistema, secondo la teoria polivagale, utilizza le fibre mielinate del Vago Nuovo e i nervi motori branchiali ed è stato chiamato da Porges Sistema Nervoso Sociale.
Ne parleremo più approfonditamente nella terza parte di questo articolo.
(CONTINUA)

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